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venerdì 11 ottobre 2013

Reti e vele, ed. Rupe Mutevole, di Giusi Ambrosio


Una domanda che faccio spesso agli autori che presento è perché hanno scelto quel titolo, piuttosto che un altro. Nel libro di Giusi Ambrosio a mio avviso è assolutamente inutile fare questa domanda in quanto credo che sarebbe stato impossibile pensarne un altro che lo rappresenti meglio. Reti e vele, un nome che evoca in maniera inequivocabile quel doloroso sentire, che almeno una  volta nella vita tutti abbiamo provato, quell’inquietante oscillare tra il sentirsi costretti dentro schemi preesistenti, (le reti, appunto) quali potrebbero essere ruoli, regole stabilite da chi detiene il potere e che ci vengono inculcate già da bambini, e le vele…il rovescio della medaglia, quel dolce andar di cuore quando scivolando nel piacere apriamo le finestre alla vita e ne assaporiamo il gusto. Ecco, questo è il messaggio, in sintesi, della nostra raffinata poetessa che sceglie di suddividere l’intero testo in quattro parti: Abitare, Essere, Esistere e Ricordare.
Nella sua poetica ricca di simboli e metafore facciamo un viaggio nella natura, il mare in particolare, un tragitto ricco di colori dove lo sguardo non può non soffermarsi sull’incanto della bellezza che trova lungo la via ma anche sulla fragilità dell’essere umano quando si vede impotente e costretto a convivere con i suoi limiti terreni. Quello è il momento in cui l’animo sensibile ha la possibilità di vivere l’amarezza del momento, bevendo così il fiele dal calice della sofferenza, oppure spiccare il volo verso gli sconfinati paesaggi immaginari e, distaccandosi dalla materia, vivere finalmente il sogno sublimato non ancora fatto carne.
Nessun titolo nelle sue liriche, una particolarità, subito apprezzata, che le rende a mio avviso più leggere quasi come fosse la voce naturale dell’anima che per un attimo si ferma, sul foglio e sul cuore, senza rimanere imbrigliata dentro etichette, in questo caso titoli, che in qualche modo potrebbero dargli una specifica collocazione,  come se mai fosse possibile solo pensare di ingabbiare una farfalla!
In Abitare e Ricordare, che fanno una sorta di cornice ad Essere ed Esistere, troviamo una serie di liriche dal sapore antico, avverto una sorta di velata nostalgia che porta l’autrice a ripercorrere sentieri già battuti, da lei e da altri, quasi come a voler riafferrare emozioni vissute, intense e mai assopite. Leggendo questa prima parte mi sono chiesta più volte se le liriche sono state scritte allora, e raccolte dopo per farne il libro, oppure, come spesso accade, è stato da parte dell’autrice un riagganciarsi ad emozioni già vissute, a ritroso nel tempo, per farne, poi, sbocciare la lirica? La poesia è emozione allo stato puro e questo, per chi è poeta, è sicuramente cosa fattibile e cioè quella di viaggiare oltre i confini che ci impone la realtà temporale.
Un ricordo della sua terra d’origine, una raccolta descrittiva di luoghi, spesso naturali, il mare fa da protagonista quasi sempre, ma troviamo anche una rassegna di figure umane, prevalentemente donne ritratte nell’umiltà del vivere: le madri lucane, la donna monaca, le ragazze orfane con il sogno d'amore, le contadine divenute operaie, le aspiranti al concorso di bellezza, e poi la solitudine e il dolore dell'aborto, la tristezza della prostituzione, la vecchiaia e l'incertezza del vivere, la caduta delle speranze e delle illusioni collettive. 

In Essere e Esistere troviamo invece una raccolta di liriche che descrivono più che luoghi fisici, tumulti interiori, l’intimità delle persone, le emozioni, il confronto con gli altri, l'intreccio dei dubbi che lacerano l’essenza stessa di chi li vive, le opportunità coltivate e quelle smarrite, la leggerezza dell’esistenza ma anche la parte che ci inchioda al dolore mentre attraversiamo il sottobosco della vita. Lo definirei una sorta di viaggio dell’essere sul sentiero della consapevolezza che va dalla prigionia ( reti) fino alla libertà ( vele). Una poetica gioiosa, altre inquinata dalla sofferenza, dove a volte affiora un bisogno lacerante di avere risposte sul senso della vita. 


Tiziana Mignosa
Presentazione di Rete e vele di Giusi Ambrosio 11 ottobre 2013
Liberia Arion Monti, Roma

sabato 28 settembre 2013

La ragazza col basco verde di Daria D. Rupe Mutevole e.



Leggere la ragazza col basco verde di Daria D è stata sicuramente un’esperienza entusiasmante. Mi sono trovata catapultata non in un romanzo, come potrebbe venire di pensare in un primo momento, ma dentro una serie di racconti brevi e intensi dove i temi trattati spaziano dal male sociale, all’Amore, dall’introspezione alle dipendenze; non manca nemmeno l’erotismo, diciamo che leggere questo libro è un po’ come cavalcare onde sempre diverse dello stesso mare nel quale ognuno di noi può rispecchiarsi. Difatti è un continuo scorgere sfumature differenti della stessa anima, in questo caso quella della nostra autrice, che non è alla prima esperienza letteraria che inizia nel 2010 con la pubblicazione di “Fantasie di D. Racconti di una libertina” anche in questo caso una raccolta di racconti brevi ma con un tema unico: l’erotismo. Sono racconti erotic chic, è un genere che le piace molto e che ha proseguito nel secondo libro “La   ragazza col basco verde” dopo avere comprato, a Parigi, il famoso basco verde. Un’autrice poliedrica, la nostra Daria D., inquieta, spumeggiante, viva, che non si accontenta di fare solo una cosa ma spazia, con grazia e competenza, dalla scrittura di racconti, allo scrivere poesie ma anche testi teatrali come per esempio, l’ultimo: “Il Cavatappi” che è stato scelto nell'ambito della rassegna “Schegge d'Autore” per essere messo in scena in ottobre, con la regia della nostra autrice, al Teatro Tor di Nona. Gli attori saranno Mario Lucarelli e Laura Marconi Rivera, scenografia di Nino Formica.
Tra i tanti premi ricevuti, nel 2012 è vincitrice nel concorso letterario “Black Room, La capitale del vizio.  Monologhi per la scena” con il racconto intitolato “L'uomo senzaffari.” Ma anche “Dream House “ che è diventato un cortometraggio dal titolo “D4destiny”  prodotto dalla Casa Editrice ExCogita di Milano. Ma chi è Daria D.? Daria nasce in Veneto dove consegue la maturità classica nella sua città d’origine per poi decidere di trasferirsi a Bologna dove conseguirà la laurea al DAMS e subito dopo a Roma dove inizia a lavorare nell’ambito del cinema e della televisione. Agli inizi degli anni novanta si reca a Los Angeles dove rimarrà per più di 10 anni. La cosa che da sempre Ama di più è scrivere e recitare; a otto anni la sua prima poesia, e a 12 già metteva in scena per la scuola delle piccole commedie scritte e interpretate da lei e dalle sue amiche. Nella città in cui viveva frequentava assiduamente il teatro comunale e questo le dava la possibilità di leggere autori teatrali e di appassionarsi sempre di più al mondo della recitazione. Decisa e determinata, già da allora, sapeva esattamente quello che voleva, ciò che avrebbe fatto e anche dove sarebbe andata. Un incontro determinante, quello col teatro comunale, che ha dato un  imprinting alla sua vita di allora e a quella futura. E’ stata anche ad Hollywood dove ha fatto tanti lavori, compresa la commessa per 8 anni  da Rizzoli bookstore, a Beverly Hills, dove i suoi clienti erano attori famosi come Woody Allen, Michael Jackson,  Diana Ross, e via dicendo. Ha fatto la chauffeur di limousine e, a questo proposito, ha un progetto pronto che si chiama “Diario di una chauffeur di limousine” e la modella in due stupendi libri fotografici del regista e sceneggiatore Gian Pietro Calasso: “Narcissus Eros L’Eros di Narciso” edizioni Electa Mondadori e “Los Angeles now here,  nowhere” edizioni De Luca.
Al rientro in Italia, dopo uno shock da ritorno, con conseguente depressione del tipo” Dove mi trovo? Perché mi fanno sentire vecchia e inutile? Cosa posso fare qui con tanta esperienza e vita accumulata? Ci sarà posto per me?”, ha reagito con coraggio e forza di carattere, ricordandosi che gli americani le hanno insegnato a non lamentarmi, piuttosto a rimboccarsi  le maniche e a dimostrare le sue capacità, sempre a testa alta, sfidando le condizioni avverse, anche le più difficili e impossibili. Ma per fare ciò ha dovuto apportare dei cambiamenti alla sua vita, che si sono rivelati necessari e utili, e adesso raccoglie i frutti  del suo coraggio e della  sua determinazione. Una donna che evoca, guardandola, femminilità e fragilità, eppure con una determinazione e versatilità sorprendenti, inquieta e istintiva, in continuo fermento; una donna “vulcano” che ha sempre mille idee in testa e che riversa, almeno in parte, nelle sue storie “tortuose” dove gli estremi si toccano, dove l’eleganza di linguaggio e la poeticità d’espressione s’abbracciano alle inquietudini dei personaggi, che poi, credo, siano le stesse inquietudini dell’autrice come quelle di molti dei suoi lettori. Ed ecco che quando ci accingiamo a specchiarci nelle sue storie e nei sentimenti che da esse riaffiorano da quel magma incandescente che sgorga impetuoso dal suo “magico” sentire, ci troviamo un po’ smarriti, eppure stranamente a casa.
Daria si racconta così: “Non amo la realtà, e infatti c'è una frase detta da Blanche  in “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams che sento molto affine con la mia personalità: “ La magia, voglio la magia! E' questo quello che cerco di dare alla gente: non dico la verità ma quello che potrebbe essere la verità, e se questo è un peccato...”.
Molto spesso mi ispiro ad un quadro, un fotogramma di film, ad un fotografia e da lì mi invento una storia. Sono molto visive, direi cinematografiche, le mie storie, forse perché li scrive l'attrice che è in me. Amo il genere del racconto perché lo trovo adatto al  mondo veloce in cui viviamo.  Non voglio annoiare i miei lettori, sarebbe un grave peccato, ma vorrei portarli in un mondo fantastico, fatto di desideri e di sogni, magari in città dove non sono mai stati o in scenari che non si sarebbero mai immaginati. E poi ho tante altre cose da fare che non avrei nemmeno tempo di scrivere un romanzo. Magari quando sarò più vecchia, tra molti, molti anni. Perché, anche sul punto di morte, credo che farò progetti per il futuro.”
Ma adesso torniamo alla ragazza col basco verde, a questi racconti fatti di intrecci che si susseguono, dove si raggiunge il tutto che poi sembra perdersi nel nulla, dove la nostra autrice riesce ad incuriosirci facendoci navigare in un mare di cose dette e non dette, di eventi palesi e altri solo immaginati, dove il lettore non può non farsi delle domande o non identificarsi con quello o quell’altro personaggio. Tra tutti i racconti letti, quello che maggiormente ha colpito la mia fantasia anzi, diciamo, quello che mi ha catturato pienamente, e che poi ho scoperto ha avuto una segnalazione di merito ad un concorso letterario  e precisamente alla XXI edizione del Premio Letteratura d'Amore è “Papaveri sul davanzale”  Anche qui c’è una donna, ha un cappello in testa e anche stavolta è verde, e c’è il protagonista, un pittore, che ogni mattina si reca sulla spiaggia per dipingere il mare e quando la nonna incuriosita gli chiede perché va a dipingere tutti i santi giorni un qualcosa sempre uguale, lui le risponde in una maniera molto poetica:
“Nonna, il mare cambia ogni momento, non è mai uguale, ha la sua vita, come noi … è lui che racconta, ma non lo fa con tutti, solo con quelli che lo amano. Quando lui stesso non vorrà più dirmi nulla, allora mi allontanerò e non lo dipingerò più. Dovrò cercare un altro mare …”.
Questa visione del mare mi ha commossa, sicuramente perché è molto simile alla mia, perché in essa c’è racchiusa la magia di un sentire che va al di là delle apparenze che potrebbero portare a chiunque a pensarla come la nonna che si chiede, appunto, cosa spinga il nipote a dipingere il mare che in fondo, poi, è sempre lo stesso. Ma questa è solo l’apparenza la buccia, e non la polpa succosa della vita, che sazia solo chi è abituato ad accontentarsi: il mare in effetti è sempre diverso ma si mostra nella sua vera essenza solo a chi lo Ama per davvero e chi Ama sa bene che proprio grazie alla magia dell’Amore ha sempre le porte aperte sulla bellezza. E, come alla nostra Daria, gli è concessa la gioia perché riesce a guardare la vita con solamente con gli occhi, ma con  il cuore.

Tiziana Mignosa
Presentazione del 27 settembre 2013
presso la Libreria Arion,  piazza Santa Maria Liberatrice 23/26 Roma





sabato 14 settembre 2013

Caro Pitagora, L. Fratantoni & G. Bizzarro, Rupe Mutevole edizioni



“Se si coglie un fiore vibra una stella”
Desidero iniziare a parlare di Caro Pitagora facendo questa citazione che, se non ricordo male, dovrebbe essere di Galileo. Ogni azione ha una ripercussione nel cosmo: tutto è uno e in ogni cosa è racchiuso il tutto. Un po’ come l’onda dell’oceano, che è anche lei oceano, anche se non sa di esserlo. Ecco che pian piano va scomparendo l’illusione che ci vede separati da tutto il resto e l’umanità intera si prepara ad accogliere tempi e idee differenti. In effetti questa è solo una delle tantissime citazioni che mi ha colpito leggendo questo libro particolare, un libro scritto da una cara amica, Loredana Fratantoni (insegnante) e da Giulietta Bizzarro (psicologa). Saggio, più che romanzo, un libro dove il pensiero filosofico si mostra in tutta la sua pienezza già dalla quarta di copertina dove le autrici, sintetizzando il tema trattato, in poche e significative parole ci conducono all’essenza stessa della storia. A tal proposito ci spiegano: “l’idea di questo libro nasce dal desiderio di presentare ai lettori di ogni età lo stretto collegamento tra le scuole di Antica Saggezza e le scoperte della scienza moderna. Le infinite potenzialità della mente e la possibilità di risvegliare la Luce del cuore, sono temi appassionanti che meritano l’attenzione  dell’uomo della nuova era.”
I tempi sono maturi e allora, come fiori che sbocciano al sole tiepido di primavera, nel nostro presente storico, alquanto travagliato a dire il vero, fioccano ovunque, libri che in qualche modo, anche se da punti di vista differenti, aiutano il lettore ad iniziare a fare i primi passi in questa importante era del risveglio. Caro Pitagora è sicuramente uno di questi e può vantare di suscitare immediatamente la curiosità di chi si accinge a leggerlo, come è successo a me, che già dalle prime battute sono rimasta affascinata. Un po’ per la tematica scelta, che amo particolarmente, un po’ per la semplicità di linguaggio che arriva dritto al cuore senza passare dai vicoli contorti dell’ego quando comunica attraverso un lessico arzigogolato, quasi criptato, e quindi appannaggio solo di pochi, ma anche per l’idea carina che hanno avuto le nostre autrici di esternare, attraverso il dialogo tra l’insegnante e i suoi alunni, tematiche di importanza, consentitemi di dirlo, a volte anche cosmiche.
Una volta si credeva che fosse possibile un avanzamento spirituale scollegato da quello della ricerca scientifica, adesso, invece, l’evoluzione stessa ci porta a comprendere che solo unificando i due aspetti si può andare avanti più speditamente anche perché nulla in effetti è separato da tutto il resto. Gli stessi bambini sono più precoci, rispetto alle generazioni passate, e incredibilmente recettivi a nuovi stimoli e informazioni, quindi, per dirla come le nostre autrici, pronti per altri tipi di conoscenze.
Loredana e Giulietta ci parlano in maniera semplice e comprensibile di tematiche quali possono essere il Bosone di Peter Higgs, il  Big Bang, ci inoltriamo quindi nei sentieri misteriosi della creazione dell’universo con  l’inflazione cosmica, il punto zero; ci parlano della teoria di Einstein, della fisica quantistica, dell’energia, dell’anima ma anche dei cavalieri templari e di tanto altro ancora; insomma attraverso questa lettura facciamo un meraviglioso viaggio verso affascinanti verità che qualcuno ancora, ancorato ai vecchi criteri di credenza, potrebbe classificare solo come affascinanti teorie. Si parla anche di scoperte scientifiche fatte nel corso dei secoli ma, se ci pensiamo un po’, chi ha un minimo di capacità di vedere oltre, sa bene che lo scienziato in effetti non inventa niente ma è semplicemente  un mezzo  attraverso il quale avviene il ritrovamento di qualcosa che fino a quel momento era nascosto dal velo della dimenticanza. Ciò che viene alla luce, infatti, non è mai una “nascita dal nulla” ma è un po’ come, consentitemi la metafora, quando tiriamo fuori dall’armadio qualcosa che ci serviva. L’universo contiene tutto ed è un po’ come un armadio, un grande armadio: ogni tanto qualcuno ha un’intuizione su qualcosa ed ecco che proprio quel qualcosa viene fuori. Bene, quello è l’inventore, lo scienziato, l’artista: in effetti lui non crea nulla, semplicemente afferra qualcosa da quel tutto, chiamato universo, che è a nostra completa disposizione.  Caro Pitagora è un libro che attraverso parole rivolte ai bambini parla in effetti a tutti, almeno a tutti coloro che sono pronti a riscoprire ciò è dentro ognuno di noi e che, solo quando arriva il momento, viene inevitabilmente fuori. A questo punto desidero leggere uno stralcio della bellissima e accurata prefazione scritta da Piero Isgrò, giornalista e scrittore, autore di saggi e romanzi. Lui dice: “l’universo, come lo interpretiamo oggi, è una incalcolabile serie di galassie, punti neri, sistemi solari, stelle, pianeti, freddo, massa invalicabile, tempo che si costruisce e si spezza. E dentro questo infinito, nel suo più minuscolo granello respira l’infinito capovolto, l’infinitesimo: l’atomo, il neutrone, l’elettrone, il quark, il bosone di Higgs e via discendendo nel buco profondo dell’inafferrabile. Insomma una matrioska che non la smette di replicare se stessa in dimensioni sempre più minuscole. Ma prima del Big Bang che cosa c’era? C’è qualcosa che esiste da sempre, scrivono Giulietta e Loredana, e che mai avrà fine: l’Infinito, l’Assoluto, Dio. A questo punto i bambini, condotti per mano nel cielo di carta del libro, cominciano ad organizzare viaggi verso la luna, che sta ancora nei racconti delle mamme, poi si fanno più arditi, scavalcano Marte e Saturno, Giove e Plutone e si avviano verso altri mondi lontani. Insomma imparano a viaggiare in un’altra favola ( come dovremmo imparare a fare tutti) che però ha i contorni della verità.”
Noi tutti siamo stati abituati a pensare che sia reale solo ciò che vediamo e tocchiamo ma in realtà sono molte di più le cose che non vediamo ad essere vere piuttosto che quelle che riusciamo ad osservare e a toccare: in effetti noi riusciamo a vedere solo il quattro per cento di ciò che esiste. Inostri occhi percepiscono solo ciò che è materiale ma questo non significa che oltre non esiste niente ma solo che noi non riusciamo a vederlo. Come del resto accade per lo spazio e il tempo, che appartengono alla dimensione materiale, se non ci fosse lo spazio, non esisterebbe nemmeno il tempo. A tal proposito le autrici consigliano di “allargare i propri modi di pensare” e questo allo scopo di consentire alla conoscenza di illuminare la nostra vita. Quando affrontiamo una nuova sfida o comunque un problema, aggiungo io, dobbiamo usare anche un pensiero ed un approccio nuovo perché se lo affrontiamo come abbiamo sempre fatto, cioè con i vecchi schemi, non andiamo da nessuna parte. In questo libro si parla anche del suono e anche del fatto che è parte integrante di tutte le cose infatti, spiegano le autrici, qualsiasi cosa ha un suono: ciò che si è manifestato contemporaneamente alla creazione è di fatto il suono.
Caro Pitagora è un testo davvero ricco e stimolante, dove gli argomenti trattati sono talmente tanti e interessanti che se si scegliesse di sviscerarli uno per uno si correrebbe sicuramente il piacevole rischio di ritrovarsi ad aver scritto un altro libro.

Tiziana Mignosa
Presentazione Caro Pitagora 13 9 2013 libreria Arion Monti, Roma



sabato 24 agosto 2013

Grembo, Nicoletta Nuzzo, Rupe Mutevole edizioni



Parlare di una raccolta di poesie non è mai facile, troppo spesso si corre il rischio di non interpretare bene il messaggio che l’autore decide di condividere con il suo lettore, sempre ammesso che questo sia davvero importante come la sensazione che, al di là delle parole, ci giunge, delicata o forte che sia, ogni volta che esploriamo il misterioso battito della voce del cuore. E così la poesia, quando ci accingiamo ad assaporarne il prelibato nettare, diviene una sorta di specchio delle meraviglie che si apre a noi risucchiandoci nella sua magia mentre ci indica parti, doloranti o gioiose, della nostra anima errante. La poetica raffinata della nostra Nicoletta, non fa eccezione  e ci spinge, infatti, in un mondo intrigato dove il lettore non può non identificarsi in quelle trame di parole eleganti che non conoscono menzogna. Taglienti, come affilatissimi bisturi, o delicate e morbide come piume ma, sia nell’una che nell’altra soluzione, sempre rigorosamente reali, quindi capaci di generare in noi il fremito. Le parole di Nicoletta, infatti, ogni volta che ci risuonano dentro, sono un po’ come dei tasselli che, incasellandosi ordinatamente al loro posto, ci mettono di fronte a quel piacevole senso d’appartenenza. Ad ogni passo è un sussulto, un ricongiungimento tra l’anima palpitante e la vita con la sua quotidianità e le sue emozioni. Ed è così che i sentimenti più intimi, attraverso il sentire della nostra autrice, materializzano (in noi lettori) il dolce disagio dell’inquietudine quando dal suo cuore partono per arrivare al nostro mettendo a fuoco i nostri stati d’animo più reconditi. A volte il messaggio è chiaro, altre nascosto, come quella paura tangibile, e prettamente umana, della vita quando ci sbatte di fronte all’incerto permettendosi così di assumere il ruolo della protagonista.

Nicoletta Nuzzo è nata nel 1955 a Galatina di Lecce. Dopo gli studi filosofici all’Università di Bologna si è interessata di Orientamento e formazione professionale e di imprenditoria femminile.
Ha pubblicato 4 libri: Cronache di un gatto perfezionista (Manni 2006), Un gatto senza vanità (Rupe Mutevole 2010) e Portami negli occhi (RupeMutevole 2011, Collana Poesia) e adesso Grembo.
Portami negli occhi ha vinto il Premio Nazionale “Il Paese delle donne” 2011 per la Poesia ed ha ricevuto la Menzione d’onore per il Premio “Lorenzo Montano-Anterem” 2012.

Il Bacio di Marzo, Vanessa Falconi, Rupe Mutevole edizioni



Il bacio di Marzo, Vanessa Falconi, Rupe Mutevole edizioni, maggio 2013

Per capire chi è Vanessa Falconi non occorre leggere la sua biografia, basta guardarla, basta ascoltare le sue parole o semplicemente starle accanto per percepirne il temperamento vulcanico e pieno di voglia di fare e dare. Solare e spumeggiante ha catturato immediatamente la mia attenzione spingendomi, come vento impetuoso e intrigante, a leggere la sua poetica con naturale curiosità. La cosa che a prima vista mi ha colpito, e quindi ancor prima di addentrarmi nel suo mondo pulsante di emozioni, è stata la formula, da lei scelta, di mettere i titoli a fine e non a inizio poesia, come solitamente, per una questione di praticità, scegliamo tutti. Chi fa poesia sa bene che di solito, tranne rare eccezioni, il titolo viene formulato alla fine di un componimento poetico, e cioè quando le emozioni provate hanno preso una loro forma ben definita, quindi, anche se poco funzionale, sarebbe logico fare come fa la nostra autrice. Penso che sia una cosa talmente naturale e  ovvia che io stessa molte volte ho pensato di farlo.
Ma adesso parliamo un po’ di lei: chi è Vanessa Falconi?  Vanessa viene dal cuore dell’Italia, Roma, dove vive insieme ai due suoi figli. Dimostra sin dalla tenera età un’attitudine per le humanae  littarae: conclusi gli studi liceali, si laurea in Lettere, a 24 anni appena compiuti, con una tesi su Alberto Moravia. Innamorata dello studio, prosegue ancora iscrivendosi alla facoltà di Scienze Politiche dove, però, non terminerà il corso di laurea.
Doppiatrice di spot televisivi, inizierà una percorso come giornalista nel ramo medico, interessandosi per lo più di dermatologia e, in questo campo, contribuirà attivamente alla stesura di una rivista medica, sia come correttore di bozze, curando l’editing e anche pubblicando articoli.
Inizia un’intensa collaborazione alla radio, scrivendo una rubrica da lei condotta sulla storia e l’evoluzione del Calcio; negli stessi anni, collaborerà anche con due giornalisti della tv.
Pubblica in diverse collane poetiche alcune delle sue poesie, fino ad arrivare a “Il bacio di marzo”, suo primo libro, pubblicato per conto di Rupe Mutevole Edizioni.
Scrive per un blog di letteratura, nel quale pubblica interviste ad autori.
Vanessa è anche amante della pittura, soprattutto di quella ad olio, ama la musica, la natura e adora viaggiare. Attualmente lavora nel settore del Turismo della Provincia di Roma.
Un titolo intrigante, Il bacio di marzo, una scelta che rispecchia perfettamente l’eleganza languida delle liriche che contiene. A volte pennellate di suadente malinconia investono il lettore che si trova come “ubriacato” prima dalle tinte accecanti e intense dell’ indiscussa passionalità che questa giovane autrice ci regala attraverso i suoi versi e che poi si sciolgono nei nostalgici mari della sua interiorità ferita. La passionalità, infatti, sgorga impetuosa e contrasta, nella tinta ma non nell’intensità, quando le parole, da calde come il sole d’agosto, sbiadiscono nella nostalgia; allora il fulgore si fa attesa, rimpianto, dolce malinconia di un vissuto splendido e smarrito per strada o, forse, ancora e troppo lungamente atteso.

Tiziana Mignosa
Biblioteca comunale Antoniana, Ischia, 23 agosto 2013

mercoledì 17 luglio 2013

Le Ali di Yeshiva e altre storie, Wilfried Mbouenda Mbogne, Rupe Mutevole edizioni



Chi è Wilfried Mbouenda Mbogne?  
E’ uno studente in ingegneria informatica affascinato sin dall'infanzia dal mondo dei libri. Quando non studia informatica, si dedica alla lettura, allo sport e al canto.
Willy Shakespeare è il suo pseudonimo nel mondo della poesia, mondo che sente molto forte nel suo cuore. Con 'Le Ali di Yeshiva e altre storie' Wilfried diventa ufficialmente autore e manda un messaggio sulla sua visione del mondo attraverso una storia fantasy e qualche poesia. Ora vive in Italia, dove sta proseguendo gli studi.
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Leggendo Le ali di Yeshiva la cosa che in un primo momento ha catturato la mia attenzione è stata la fantasia colorata che ci regala il nostro giovanissimo autore e, subito dopo la maniera, che oserei definire candida, di esprimere le emozioni dei personaggi, compresa l’altezza degli stessi. Luoghi e circostanze presentate con una formula chiara ed essenziale, assolutamente priva di inutili fronzoli laddove la natura, con la sua grazia, fa da scenario a questo popolo davvero speciale dove, testuali parole, ogni famiglia conosce il suo vicino e mantiene con lui una relazione piena di calore e generosità. Troviamo il bosco, il fiume, il monte e persino il deserto dove vanno a meditare i più saggi. Questo racconto ci porta ad assaporare con sentimento schietto e semplice la bellezza che traspare ad ogni passaggio nei dialoghi che troviamo. Norak è la giovane protagonista della nostra storia, una ragazza coraggiosa che vive il conflitto, attualissimo, con la madre che la spinge a fare ciò che per lei è giusto non tenendo conto dei veri talenti e desideri della figlia. Conflitto che viene bilanciato dal padre, figura forte e ambiziosa, che però, poi, per cercare la ali di  Yeshiva, si allontana dalla sua famiglia e quindi anche dalla comunità. Cosa sono le ali di Yeshiva? Sono ali che servono per volare, ma non solo, danno a colui che le possiede saggezza assoluta e potenza fisica. A quanto pare Yeshiva, divinità onnipotente, concede le sue ali ad una sola persona per una durata di 500 anni rendendogli così quella temporanea immortalità ambita da molti. E molti sono, infatti, pur di tentare di riceverle in dono, coloro i quali scelgono di attraversare la foresta con tutti i suoi pericoli. A tal proposito organizzano una festa: la festa del lutto dei coraggiosi Sentan. Perché la festa del lutto?  Perché solo i più audaci del regno possono essere pronti per la pericolosa e misteriosa avventura nella foresta malefica; si racconta che chiunque vi sia entrato abbia perduto l’anima, divorata improvvisamente da creature malvagie.
Tutto ciò non spaventa però la gente del villaggio; infatti,  come è sempre stato, andranno in tanti a sfidare la sorte all’ombra del bosco ma ne tornerà uno solamente, quello che sarà scelto da Yeshiva, e che poi diventerà re.
Una dolce storia fantasy dove il bene vince sul male e dove trionfa l’Amore, non solo quello che nasce tra la nostra beniamina e Lodak, giovane dei Setan, di cui se ne innamora, ma l’Amore nella sua forma più pura che è quella che abbraccia tutto e tutti nel rispetto assoluto per il prossimo. L’Amore che vince su ogni tentativo maldestro di bloccare la libertà, ricchezza indiscussa e volte causa di grandi lotte, di ogni creatura vivente.
E poi la metafora del bosco, come le prove che incontriamo durante la vita, dove la nostra protagonista, coraggiosa e pura, si lascia solo apparentemente sopraffare dai sentimenti prettamente umani come la paura, il dubbio, ma che poi abbandona sapientemente lasciando fluire liberamente la Luce della saggezza che in lei regna sovrana. Un racconto, questo, dove alle prime battute tutto appare fin troppo semplice, quasi scontato ma dove, scorrendo lungo le pagine, i sentimenti limpidi emergono così come i colpi di scena. Il lettore, infatti, si ritrova ben presto ad esserne catturato a tal punto da avvertire il desiderio di andare avanti per sapere come va a finire.

La sensibilità del nostro autore si esprime, come possiamo vedere in questa pubblicazione, non solo attraverso la prosa ma anche attraverso la poesia.
Amo definire la poesia “la voce dell’anima del mondo” la quale, attraverso la penna di alcuni eletti ( che ormai stanno diventando in tanti per fortuna) parla al mondo, quindi a se stessa o, diciamo, maggiormente a quella parte che ha difficoltà ad esprimersi facendosi così portavoce di tutti. Molti, infatti, leggendo parole di altri riscoprono parti nascoste o sofferenti di se stessi.
Una poetica, quella del nostro Wilfried, semplice ed efficace, che fa sempre centro come quello di un gorgheggio naturale del cuore che scorre fluido e spontaneo, come una folata di vento che rinfresca e che va dritta all’essenza delle cose e mai si nasconde dietro giri contorti di parole che dicono senza però nulla dire. Nei versi di questo autore vengono fuori, senza falsi pudori, le insicurezze e le apprensioni di un animo sensibile che, dopo aver scoperto l’Amore, avverte quella sottile paura che lo porta ad essere un po’ guardingo.

Da

I miei pensieri

Ho provato a tacere,
ma  è impossibile.
Così provo a scrivere
e libero i  miei pensieri dalle paure mentali, dai tormenti.

L’autore sperimenta questo suo sentimento esplosivo che lo porta a lasciarsi andare alla scrittura liberando, come dice lui, i suoi pensieri dai mostri delle paure e dai tormenti. Perché paure? Perché quando si ama qualcuno o qualcosa, subentra in noi quel timore, prettamente umano, che ci porta a vedere vacillare quello stato di grazia acquisito e che ci mette di fronte a tutte le fragilità che abbiamo. Mi chiedo: ci innamoriamo della persona o dell’Amore che essa rappresenta? E’ un innamoramento verso una persona specifica o piuttosto è amore per l’Amore?


E’ vero che ancora non siamo insieme,
ma io già ho la paura di perderti.
Quando sei con me, sono felice,
ispirato, ho dentro un mondo nuovo,
potrei toccare le stelle,
mi sento alla potenza massima,
imbattibile, forte come roccia.


Ecco che lo stato di grazia viene fuori per intero, quella sensazione appagante che ci rende forti e invincibili inonda ogni cellula del nostro corpo e così sorridiamo alla vita grata. Se fossimo sempre innamorati non ci farebbe paura nulla perché anche il più grande degli ostacoli risulterebbe piccola cosa in confronto a quello che proviamo, ma l’Amore dura in eterno? Forti e invincibili ma anche profondamente fragili nella consapevolezza che ci assale che basterebbe un solo attimo per perdere ogni cosa..

Ma quando accanto a me non ci sei,
quando non so dove sei,
mi sento così male,  mi domando perché,
canto da solo versi strani, mi metto a scrivere poesie,
tutte quelle poesie, che purtroppo non potrai mai leggere.

Ed ecco che viene fuori l’anima malinconica, il poeta che nei suoi crepuscolari pensieri alimenta i suoi dubbi e le sue paure e scrive dando così voce alla sua anima inquieta.



Tiziana Mignosa 
12 luglio 2013